Raffaele Castagna

 

«La crisi morale profonda che il mondo civilizzato subisce in questo momento - scriveva nel 1973 Raymond Lemaire in un documento preparato per il Consiglio d'Europa - si esprime fra l'altro attraverso un dialogo nuovo tra l'uomo e il suo passato. Sapere dove si è diretti, in un tempo in cui le scoperte della scienza e della tecnica ci proiettano ad andatura vertiginosa verso un avvenire segnato tanto dalla paura che dalla speranza, non si può se non si sa da dove veniamo... L'uomo scopre il proprio passato non più come una fonte d'arricchimento culturale o d'evasione romantica, ma anche come un elemento costitutivo del proprio essere mentale e come un fattore d'equilibrio per il suo spirito e la sua sensibilità».
Ma perché possa mantenere e approfondire il dialogo con il suo passato, l'uomo deve non solo instancabilmente scoprirlo e sondarlo; deve anche saperlo conservare (dall’Introduzione di Le pietre da salvare di Vito Sansone, SEI Torino 1978, pag. 9).

A LACCO AMENO(e non solo)


(testo composto sulla falsariga della poesia
“All’Italia” (Canti) di Giacomo Leopardi


Paese mio, vedo i simulacri e il lauro
Di quando fosti l’euboica cittade,
Dei vivi dimora in Monte Vico e lor
Necropoli in San Montano plaga;
Vèdoti poi anco culla del messaggio
Cristiano, quando accogliesti al tuo lido
Eraclio, dei gigli fiorito e bello
Che colser in gran copia popolani
Operosi sulla terra e sul mare,
Restituta martire qual protettrice
Tua pei secoli a venir,
Ma non di buon governo
Garante sempre ai civi tuoi,
Cui manca talor il senno di sceglier
Ministri avveduti e accorti a lor guida.

Vedo uomini curvi alla vanga anzi
Con la man scavar a cercar cimeli
Delle età passate, le mura antiche
Dei templi pagani, su cui furono
Eretti li moderni.
Ma non vedo chi plauda a cotanto
Ben, chi in loco se ne vanti e s’esalti
E s’adopri a rinnovare i fastigi
Pei posteri dell’oggi e di domani,
Per la Lacco, alle cui placide rive
Fece approdar le sue navi l’eroe
D’Ilio già fuggiasco.

Leggo di favole, di tradizioni,
Di miti che son ripetuti dagli
Antichi classici, in versi e prose;
Leggo di color che si fan vanto
D’ospitare, or qui, or là, in lor mostre
La tua Coppa e il Cratere di naufraghi,
Ma tu, isola mia, tu, paese mio, perché
Siete sordi e muti a codesta gloria?
E a scrollar da Voi mirate quel che
Dite e stimate un peso?
Quasi a velare la memoria di chi
Vi trassero dalle tenebre tetre e
Vi fecero andar noti
Per sconosciuti lidi?

Eppur ripeter potrebbesi sempre
A guisa d’altro poetico verso:
Se voi sapeste quante le glorie, quai
Le virtù e le bellezze
Premon le spalle vostre,
forse, consci, direste:
- Più bel di quel d’Atlante
È il nostrano pondo -.

Chi può, impunemente,
Dimenticar i fasti del passato
Tempo? Chi ha tradito
E tradisce il paese?
Qual arte o qual fatica o qual possanza
Val a spogliarti il manto e l’auree bende?
Come cadesti o quando
Da tanta altezza in così basso loco,
Come cantò il vate recanatese?

Isola (Lacco), fosti Pitecusa,
Già di simie ritrovo, a dir di molti,
Abitata poi in quel di Vico, patria
Dei vivi, e con la valle ad esser invece
Dei defunti riposo e pace, luoghi
Inver di cemento or profanati
Per scopi volti in utili assillanti.

Fosti anche Aenaria d’età romana,
dopo che ti dissero già Inarime,
E tempo venne che di te non pago
Ti scambiò con Capri Augusto imperator,
Pria che t’accrebbero di rinomanza
Le leggiadre donne del tuo Castello,
E l’ospitalità offerta a chi giunse
Straniero a chieder pace e salute.

Le tue pietre sono storia, imago
Di cultura, di scrittura, d’eletta
Arte vasaria e di quei monumenti
Che furon già gloria e onor d’estri
Poetici, di cantor di questa terra.

Te, terra che fosti “Lacco”, i patriarchi
Vollero ”Ameno” a coronar tuo pregio,
Ma sei più rinomata per la Pietra
Che di fronte ti sta ad ornar il paese,
ma, ahimè, oscurata spesso e ascosa
Fra tanti navigli di grande stazza
Volti a portar, dicono, benessere.
Te, Ischia, terra che avesti sede
Sul Castello di Costanza e Vittoria,
i tuoi maggiori fecero dir “città”,
Del borbonico porto vai sì fiera.
E Casamicciola s’aggiunse “Terme”
Al suo nome, a vanto di quando fu
Sull’isola la regina delle acque
Salutari, cui tanti accorrevano:
Fluunt ad eam omnes gentes.
E Forio, la “Turrita” e ancor del “Raggio
Verde” detta, tanto ha da celebrare
In ogni istante, siccome quel luogo
Che, col favore divino, protegge
L’Angelo che cacciò dal cielo gli angeli
Ribelli, e l’altro, ove scorre Nitroli,
La più bella tra le fonti isolane.
Ridonda ancor l’isola di leggiadro
Verde, e al centro l’Epopeo tra le nubi
Occulta la vetta dalle alti rupi.

Ma, ahimè, neppur questo ha quel pregio
che susciti attenzione e stima sempre
In tutti gli isolani abitatori,
Che sian primi o secondi, per accrescer
Risorse naturali e derivate.
Per difendere e protegger l’isola.

Se fossero gli occhi due fonti vive,
Mai non potrebbe il pianto
Adeguarsi al danno ed allo scorno.

Ci sono quei che sapranno o vorranno
Risollevar villaggi, città, paesi
Ai fastigi di un turismo che vide
L’isola d’Ischia esser donna e regina?
Sì che d’essa ognun parlando e scrivendo,
e rimembrando il passato vanto,
Non dica: già fu grande, or non è quella.

Chi saprà tener fede e saldo impegno
Per non tornar a quella già volgata
Notazion che fece il dotto Maiuri:
Del tutto ignota è l'isola d'Ischia?

Raffaele Castagna

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